Bambino a Roma, di Chico Buarque, un viaggio nei ricordi e nella Roma che fu

Chico Buarque, “O nosso grande Chico” per i brasiliani di tutte le età e di tutti gli ambienti sociali, un gigante della cultura e della società del Paese, torna a scrivere e lo fa dedicando il nuovo libro a Roma, dove ha passato due anni della sua infanzia, seguendo il padre professore universitario.

In “Bambino a Roma”, Chico Buarque torna a camminare nella città che lo ha accolto bambino e che continua ad attraversarlo da adulto, trasformando il ricordo in una materia viva, sensuale, politica. Il racconto dei due anni diventa il punto di partenza di un viaggio che non è mai soltanto autobiografico: è piuttosto una mappa emotiva in cui la città degli anni Cinquanta si rivela per stratificazioni, come una partitura che si riscrive a ogni passo.

Roma emerge in filigrana, percorsa a piedi, osservata dal basso, con lo sguardo curioso di un bambino e la consapevolezza di un artista maturo. È una città che vibra di politica e di spettacolo, dove il quotidiano si intreccia con l’eccezionale, e dove ogni strada sembra custodire un’eco futura. Nelle descrizioni, infatti, risuonano già i testi delle canzoni che verranno: la chitarra, raccontata con un’intensità quasi tattile, anticipa la sensualità musicale di “Samba e Amor”, gli stati d’animo legati ai ricordi romani – il disorientamento, la meraviglia, la nostalgia – rimandano alla confusione crescente e vertiginosa di “Construção”, uno dei suoi brani più belli e drammatici.

Il libro si muove in un equilibrio raro tra precisione calligrafica del racconto dei luoghi e libertà immaginativa. Le piazze, i vicoli, i volti non sono mai semplici scenografie: diventano organismi narrativi, capaci di generare fantasia. È un tratto profondamente brasiliano, questo, che fonde realtà e invenzione senza mai tradire l’una o l’altra, e che fa di “Bambino a Roma” un testo sospeso tra memoria e sogno.

Tutta la narrazione è attraversata da una sensualità sottile, mai esibita, che culmina in pagine di grande delicatezza emotiva. Il passaggio del bacio con Graziella è uno dei momenti più intensi del libro: un frammento di iniziazione sentimentale che racchiude lo stupore dell’infanzia e la malinconia dell’età adulta, restituendo al lettore la sensazione fisica del ricordo.

“Bambino a Roma” è, in definitiva, un atto d’amore per una città e per il tempo. Un libro che si legge come una passeggiata lenta, dove ogni passo è una nota e ogni nota rimanda a un canto che, forse, esisteva già prima di essere scritto.

Per chi volesse godere della grandezza di Chico Buarque, oltre a perdersi nell’infinita produzione musicale, consiglio la lettura almeno di “Estorvo” (Disturbo) folgarante esordio letterario nel 1991 e oggetto di una edizione speciale arricchita per il 30º anniversario.

E aggiungo come suggestione un interessantissimo libro di Mariastella Petti “Chico Buarque e Fabrizio de Andrè. Anni di piombo, canzoni di rame” (Lit Edizioni 2025), dove l’autrice mette a confornto i due artisti, la vicinanza del loro percorso attraverso i cosiddetti anni di piombo – la dittatura per il Brasile, il terrorismo e la violenza politica per l’Italia.

Da tempo nelle scuole brasiliane, soprattutto per l’infanzia, si studiano i testi di Chico. Se un giorno nelle nostre scuole entreranno i testi di Faber sarà un grande passo avanti per la cultura e la civiltà.

Maurizio Mancini

Share the Post:

Related Posts