Un libro sulla guerra oggi, con il clima che stiamo vivendo, potrebbe essere quanto mai attuale, ma almeno a questa missione il libro di Brian Turner viene meno, almeno in parte.
Viene meno perché la guerra che racconta non ha la patina di orrore che le è cucita addosso nella realtà. Intendiamoci, nessuna epica guerresca, ma al suo posto c’è la dimensione onirica.
Il protagonista, che poi è l’autore stesso, una notte, dopo essere stato congedato, mentre dorme accanto a sua moglie, sogna di sorvolare tutti i paesi nei quali si è trovato a svolgere servizio. E fra guerre e presenze, ha coperto quasi l’intero mondo, comprendendo anche teatri di combattimenti feroci.
Ma niente di tutto questo, come abbiamo detto, traspare nel libro. Che come un sogno parte e come un sogno procede, fra immagini, squarci di combattimento e della vita da militare, vista dietro le quinte, in modo intimistico, e, nella maggior parte dei casi, fuori dai combattimenti (che non mancano, manca la crudezza, almeno come cifra stilistica).
Ma se manca la crudezza della guerra, e in questo momento in cui se ne parla come di una certezza irreversibile, sarebbe stato fondamentale averla, La mia vita è un paese straniero è un gran libro, condito di memoria, dolcezza, sentimenti di straniamento. Intimistico, ripetiamo, ma un gran libro.
Soprattutto lo stile di Turner ti cattura nella sua rete, spesso fatta di ripetizioni avvolgenti, ti colpisce con immagini improvvise, a volte crude, nella maggior parte dei casi malinconiche.
Un libro consigliato, anche se la guerra, beh, quella è un’altra cosa, e per ricordarne l’orrore consigliamo en passant il libro che più di ogni altro l’ha descritta in modo straordinario: Gli ultimi giorni dell’umanità, di Karl Kraus.

